I metalli preziosi hanno attraversato una settimana molto volatile. Oro e argento hanno recuperato nella prima parte, sostenuti dagli acquisti sui ribassi e dalle ricoperture di posizioni corte, ma giovedì hanno restituito gran parte dei guadagni quando il Brent ha superato nuovamente i 100 dollari al barile.
Il rincaro dell’energia, anziché sostenere stabilmente l’oro come bene rifugio, ha rafforzato le aspettative di inflazione, rialzo dei rendimenti e nuove strette monetarie. Venerdì il petrolio ha parzialmente corretto e l’oro ha chiuso la rilevazione Reuters in lieve progresso settimanale.
Andamento dei quattro metalli
Le quotazioni riportate sono rilevazioni spot Reuters effettuate durante le sedute di lunedì 20 e venerdì 24 luglio. Il confronto è indicativo e non sostituisce i fixing ufficiali LBMA e LPPM.
Calcoli effettuati sulle rilevazioni Reuters disponibili nelle due sedute.
 
Oro
L’oro ha terminato la settimana con un progresso contenuto, intorno allo 0,7–0,9% a seconda dell’orario di rilevazione. Il prezzo è salito fino a un massimo di due settimane mercoledì, prima di perdere circa il 2% giovedì.
La prima parte del recupero è stata sostenuta da:
  • acquisti sui ribassi;
  • ricoperture di posizioni corte;
  • speranze di nuovi tentativi diplomatici tra Stati Uniti e Iran;
  • attesa per la riunione della Federal Reserve.
La brusca correzione di giovedì è arrivata con il petrolio oltre 100 dollari, il rafforzamento del dollaro e l’aumento dei rendimenti dei Treasury. Venerdì il mercato attribuiva circa l’80% di probabilità a un rialzo dei tassi statunitensi a settembre.
 
Argento
L’argento è risultato il metallo migliore della settimana, con un incremento indicativo vicino al 2,5%.
Il movimento è stato però tutt’altro che lineare: dopo aver raggiunto quasi 60 dollari martedì, il metallo ha subito una forte correzione insieme all’oro giovedì. Ha comunque mantenuto un bilancio settimanale positivo grazie alla maggiore intensità del recupero iniziale.
La componente industriale ha ricevuto un sostegno moderato dal miglioramento dell’attività economica europea, ma resta esposta al rischio che petrolio, tassi elevati e nuove tensioni commerciali frenino la crescita mondiale.
 
Platino
Il platino ha chiuso la settimana in lieve calo.
Martedì era salito fino a circa 1.667 dollari, favorito dal ritorno degli acquisti dopo le precedenti correzioni. Nelle sedute successive ha però perso terreno, terminando venerdì intorno a 1.582 dollari.
Il metallo continua a essere sostenuto dai vincoli dell’offerta e dalle caratteristiche ristrette del mercato, ma ha risentito dell’aumento dei rendimenti e dei timori che l’energia più cara possa rallentare industria e settore automobilistico.
 
Palladio
Anche il palladio ha concluso la settimana in territorio negativo.
Dopo essere salito martedì fino a circa 1.321 dollari, venerdì è tornato in area 1.244 dollari. Il recupero iniziale è stato quindi quasi interamente riassorbito.
Il metallo resta particolarmente sensibile:
  • alle prospettive dell’industria automobilistica;
  • alla ridotta liquidità del mercato;
  • ai rischi sull’offerta russa;
  • ai rapidi cambiamenti delle posizioni speculative.

Le cause principali

1. Petrolio e sicurezza delle rotte marittime

È stato il fattore dominante della settimana.
Il Brent è passato da circa 89 dollari lunedì a oltre 100 dollari giovedì, dopo gli attacchi degli Houthi contro petroliere saudite nel Mar Rosso e le nuove difficoltà nei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz.
Il prezzo fisico del Brent datato ha raggiunto 105,70 dollari, mentre alcune qualità del Mare del Nord si sono avvicinate a 110 dollari. Le interruzioni hanno coinvolto anche il terminale kazako sul Mar Nero, colpito da sospetti attacchi ucraini, costringendo raffinerie e operatori a cercare forniture alternative.

2. Federal Reserve, rendimenti e dollaro

L’aumento del petrolio ha spinto il mercato a rivedere al rialzo il rischio d’inflazione. I rendimenti obbligazionari statunitensi sono saliti, mentre il dollaro si è rafforzato.
Lunedì la probabilità attribuita a un rialzo Fed entro dicembre era salita all’83%; venerdì il mercato assegnava circa l’80% di probabilità a un intervento già a settembre. La Fed è comunque attesa lasciare invariati i tassi nella riunione della prossima settimana.
Questa combinazione ha limitato il recupero dell’oro:
petrolio più caro → maggiore inflazione attesa → rendimenti più elevati → minore attrattiva dei metalli privi di cedola.

3. Europa e BCE

La Banca centrale europea ha mantenuto invariati i tassi il 23 luglio:
  • deposito: 2,25%;
  • rifinanziamento principale: 2,40%;
  • rifinanziamento marginale: 2,65%.
La BCE ha riconosciuto che l’impatto completo dello shock energetico deve ancora manifestarsi e ha confermato un approccio dipendente dai dati, senza impegnarsi su una traiettoria prestabilita.
L’economia dell’area euro ha però offerto un segnale migliore: il PMI composito preliminare di luglio è salito a 51,9, dal 50,0 di giugno, indicando il ritmo di espansione più sostenuto dall’inizio del conflitto mediorientale. S&P Global associa il dato a una crescita trimestrale del PIL vicina allo 0,3%.
Il quadro europeo rimane quindi diviso:
  • attività economica in miglioramento;
  • pressioni sui prezzi in attenuazione nei sondaggi di luglio;
  • nuovo rischio inflazionistico proveniente da petrolio e gas;
  • possibile ulteriore rialzo BCE a settembre.

4. Geopolitica

Le tensioni hanno interessato contemporaneamente tre rotte energetiche:
  • Stretto di Hormuz, con traffico ridotto e guerra tra Stati Uniti e Iran;
  • Bab el-Mandeb e Mar Rosso, dopo gli attacchi contro petroliere saudite;
  • Mar Nero, con la sospensione delle operazioni al principale terminale di esportazione del Kazakhstan.
Il mercato non ha reagito soltanto alla paura del conflitto, ma soprattutto alla concreta riduzione delle disponibilità immediate di greggio e all’aumento dei costi di trasporto.

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