Settimana negativa e molto volatile per i quattro metalli preziosi. Il movimento è stato scandito da tre passaggi: il calo del petrolio e il recupero iniziale dei metalli lunedì; il rimbalzo dopo la decisione della Federal Reserve di lasciare invariati i tassi; infine, la brusca correzione di venerdì provocata dal ritorno del dollaro, dal rialzo dei rendimenti e dalle dichiarazioni restrittive di tre esponenti della Fed.
Andamento dei quattro metalli
Il confronto seguente utilizza le rilevazioni spot Reuters di lunedì 27 e venerdì 31 luglio, effettuate in momenti diversi delle rispettive sedute. Le variazioni sono pertanto indicative e non coincidono necessariamente con i fixing ufficiali LBMA e LPPM.
Quotazioni Reuters; percentuali calcolate tra le due rilevazioni.
Oro
L’oro ha iniziato la settimana in rialzo, sostenuto dal crollo del Brent di oltre l’8%, dalla debolezza del dollaro e dalla temporanea sospensione degli attacchi tra Stati Uniti e Iran. La riduzione del petrolio aveva attenuato le aspettative d’inflazione e di rialzo dei tassi.
Martedì il prezzo è tornato in area 4.026 dollari, penalizzato dal dollaro vicino ai massimi di un mese e dall’attesa di una Fed restrittiva. Mercoledì, dopo la decisione della banca centrale, l’oro ha recuperato circa il 2%, superando temporaneamente 4.100 dollari.
La svolta finale è arrivata venerdì: l’oro ha perso fino al 2% durante la seduta, mentre il dollaro recuperava e i rendimenti dei Treasury salivano. Il bilancio tra le rilevazioni di lunedì e venerdì è negativo di circa l’1,1%.
Argento
L’argento ha seguito l’oro, ma con una volatilità superiore. Lunedì era salito a 58,44 dollari; martedì era sceso a 57,11; giovedì aveva recuperato il 2%, tornando a 58,79 dollari. Venerdì ha ceduto il 2,9%, chiudendo la rilevazione Reuters a 57,29 dollari.
Il metallo ha risentito sia delle attese sui tassi sia delle indicazioni provenienti dalla Cina. Venerdì l’autorità cinese di vigilanza sui mercati ha chiesto alle imprese fotovoltaiche di contrastare la concorrenza distruttiva sui prezzi: un elemento rilevante perché l’argento è ampiamente utilizzato nei pannelli solari.
Platino
Il platino ha mostrato la maggiore tenuta relativa. È passato da 1.620,34 dollari lunedì a 1.618,97 venerdì, con una variazione pressoché nulla tra le due rilevazioni.
Durante la settimana il movimento è stato però ampio: −1% martedì, +2,5% giovedì e −2,5% venerdì. Il mercato ha alternato acquisti sui ribassi e vendite legate al rafforzamento del dollaro e all’aumento dei rendimenti.
Palladio
Il palladio è stato il più volatile insieme all’argento. Lunedì era salito del 3,5% a 1.286,25 dollari, sostenuto dal miglioramento temporaneo del clima geopolitico e dalla ricopertura delle posizioni ribassiste.
Dopo essere sceso martedì, ha guadagnato il 4,4% giovedì, per poi perdere il 3,4% venerdì e tornare a 1.260 dollari. Nel confronto lunedì-venerdì il calo è vicino al 2%.
I fattori decisivi
1. Federal Reserve
La Fed ha mantenuto il tasso sui federal funds nell’intervallo 3,50–3,75%, con una votazione di nove membri favorevoli e tre contrari. I dissenzienti avrebbero preferito un aumento di 25 punti base.
La reazione iniziale dei metalli è stata positiva perché il mancato rialzo ha indebolito dollaro e rendimenti. Venerdì, però, i tre esponenti contrari alla decisione hanno ribadito pubblicamente la necessità di una stretta monetaria. Il mercato ha riportato al 69% la probabilità di un rialzo a settembre.
Il rendimento del Treasury decennale è salito al 4,727%, massimo dal gennaio 2025, mentre il trentennale ha raggiunto il 5,2584%, livello più alto dal 2007. È stato questo il principale fattore negativo per l’oro nella seduta finale.
2. Inflazione statunitense
L’indice PCE statunitense è aumentato del 3,7% annuo a giugno, in rallentamento dal 4,1% di maggio. La componente core è scesa dal 3,4% al 3,3%. I consumi personali sono cresciuti dello 0,3% mensile.
Il rallentamento ha sostenuto i metalli giovedì, riducendo temporaneamente le attese di nuovi rialzi. Il mercato ritiene però vulnerabile il processo disinflazionistico, perché il ritorno delle tensioni in Medio Oriente può trasmettersi nuovamente ai prezzi energetici.
3. Crescita statunitense
Il Pil americano è cresciuto nel secondo trimestre a un tasso annualizzato dell’1,5%, in rallentamento rispetto al 2,1% dei primi tre mesi dell’anno.
Il dato ha fornito un sostegno temporaneo all’oro, perché una crescita più debole riduce in teoria lo spazio per una stretta monetaria. L’effetto è stato tuttavia superato dalle indicazioni restrittive provenienti dalla Fed e dal rialzo dei rendimenti.
4. Petrolio e Stretto di Hormuz
Lunedì il Brent è sceso di oltre l’8%, dopo la sospensione degli attacchi tra Stati Uniti e Iran e l’avvio di colloqui definiti positivi da Washington. Il movimento ha ridotto le aspettative d’inflazione e favorito i preziosi.
Venerdì lo scenario è nuovamente cambiato. Alcune petroliere sono state costrette a invertire la rotta nello Stretto di Hormuz, mentre anche il passaggio alternativo di Bab el-Mandeb è rimasto esposto agli attacchi degli Houthi. Il petrolio è quindi tornato a salire, riaprendo il rischio inflazionistico.
La EIA conferma che le interruzioni dei flussi attraverso Hormuz hanno già contribuito a ridurre le importazioni cinesi di greggio nel secondo trimestre e a mantenere elevati i prezzi energetici.
Analisi GIALLOORO
Il punto centrale della settimana non è la semplice decisione della Federal Reserve, ma il contrasto interno emerso nel comitato monetario.
Il mantenimento dei tassi ha inizialmente favorito oro, argento, platino e palladio. Il mercato ha però corretto rapidamente quando i tre dissenzienti hanno chiarito che, a loro giudizio, l’inflazione richiede un intervento immediato.
L’oro ha quindi chiuso la settimana senza riuscire a consolidare il recupero oltre 4.100 dollari. L’argento e il palladio hanno amplificato il movimento negativo; il platino ha mostrato una tenuta migliore, pur attraversando forti oscillazioni giornaliere.
La sequenza è stata precisa:
petrolio in calo e tregua temporanea → metalli in recupero;
Fed ferma → nuovo rialzo;
dissenso restrittivo, rendimenti e dollaro in aumento → correzione finale.
Il fattore della settimana
Il dissenso interno alla Federal Reserve e il conseguente rialzo dei rendimenti obbligazionari.
La geopolitica ha continuato a muovere il petrolio, ma venerdì il fattore dominante per i metalli preziosi è stato il ritorno delle aspettative di una stretta monetaria già a settembre.
In breve
Metalli preziosi in calo: il dissenso nella Fed riporta in alto dollaro e rendimenti
Oro, argento, platino e palladio hanno chiuso la settimana dal 27 al 31 luglio con un bilancio debole, dopo avere alternato forti rialzi e brusche correzioni.
La settimana era iniziata con il crollo del petrolio, favorito dalla sospensione degli attacchi tra Stati Uniti e Iran. La diminuzione del Brent aveva attenuato il rischio d’inflazione e sostenuto i metalli preziosi.
Mercoledì la Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi tra il 3,50% e il 3,75%. La decisione ha indebolito temporaneamente il dollaro e favorito un recupero dell’oro fino oltre 4.100 dollari l’oncia.
Venerdì il quadro si è però rovesciato. Tre componenti della Fed, contrari al mantenimento dei tassi, hanno sostenuto pubblicamente la necessità di un rialzo. I rendimenti dei Treasury sono saliti ai massimi pluriennali e il dollaro ha recuperato terreno, provocando nuove vendite sui metalli.
Nel confronto tra le rilevazioni Reuters di lunedì e venerdì, oro e argento hanno perso rispettivamente circa l’1,1% e il 2%; il palladio è sceso del 2%, mentre il platino ha chiuso sostanzialmente invariato.
La settimana conferma che, nell’attuale fase di mercato, i preziosi sono guidati soprattutto dal confronto tra inflazione, politica monetaria e rendimenti reali. La domanda di protezione geopolitica rimane presente, ma non è sufficiente a compensare stabilmente il costo-opportunità prodotto da tassi elevati.

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