La settimana si chiude con tutti e quattro i principali metalli preziosi in territorio negativo rispetto ai livelli di venerdì 4 settembre. Il movimento è stato determinato soprattutto dal rapido aumento delle aspettative di un rialzo dei tassi Federal Reserve, dopo i dati sull’inflazione USA, e dall’impennata del petrolio legata all’aggravarsi della crisi in Medio Oriente.
*Rilevazioni spot Reuters disponibili venerdì 11 settembre. Lunedì 7 settembre i mercati USA erano chiusi per Labor Day; il confronto con venerdì 4 consente quindi di misurare correttamente la variazione della settimana. Reuters conferma che tutti e quattro i metalli erano avviati a chiudere la settimana in perdita.
Oro
L’oro ha attraversato una settimana molto volatile.
Martedì 8 settembre quotava circa 4.385 dollari l’oncia, frenato dall’aumento del petrolio e dalla conseguente crescita delle aspettative inflazionistiche. Il mercato attribuiva allora circa il 60% di probabilità a un rialzo dei tassi Fed nella riunione del 15–16 settembre.
Mercoledì il metallo ha recuperato oltre l’1%, arrivando a 4.414 dollari, grazie a un dollaro più debole.
La pressione è tornata giovedì dopo il PPI americano: oro −1%, con minimo intraday a 4.323,78 dollari. Venerdì è arrivato un rimbalzo superiore all’1%, favorito dagli acquisti sui ribassi, ma non sufficiente a recuperare le perdite della settimana.
Argento
L’argento ha mostrato un andamento ancora più volatile.
Martedì era intorno a 66,34 dollari, mercoledì è salito fino a circa 67,91, ma giovedì ha perso il 4,6%, scendendo a 64,19 dollari dopo il PPI USA. Venerdì ha recuperato il 2,1% a 64,86 dollari, restando comunque sotto i livelli della settimana precedente.
Platino
Il platino ha reagito con forza a metà settimana.
Da circa 1.844 dollari martedì, mercoledì è salito del 5,1% a 1.906 dollari, ma giovedì ha perso il 5,5% tornando verso 1.791 dollari. Venerdì il recupero a 1.803,94 dollari ha limitato la perdita settimanale a circa mezzo punto percentuale.
Palladio
Il palladio è stato il metallo più debole della settimana.
Martedì aveva già perso il 2,5%, a circa 1.354 dollari. Dopo un recupero mercoledì a 1.365,50 dollari, giovedì ha ceduto un altro 5,1% e venerdì ha recuperato parzialmente fino a 1.318,91 dollari. Il saldo rispetto al venerdì precedente è vicino al −5,6%.
Le cause principali
1. Inflazione USA. Il PPI di agosto è aumentato dello 0,4% mensile e del 5,4% annuo. La componente beni è salita dell’1,1%, trainata soprattutto dall’energia; il diesel ha registrato un balzo del 24,1%.
Venerdì il CPI ha confermato una pressione inflazionistica ancora significativa: +0,4% mensile e +3,4% annuo. Il core CPI è aumentato dello 0,3% sul mese e del 2,4% sull’anno. La benzina è salita del 3,9% in agosto.
2. Federal Reserve. Dopo il CPI, le probabilità implicite di un rialzo di 25 punti base alla riunione del 15–16 settembre sono salite intorno all’85–90%, rispetto a circa il 60% all’inizio della settimana. È il principale fattore negativo per l’oro e, più in generale, per i metalli non remunerativi.
3. BCE. Il 10 settembre la BCE ha aumentato i tre tassi ufficiali di 25 punti base. Il tasso sui depositi salirà al 2,50% dal 16 settembre. Francoforte prevede un’inflazione media del 3,0% nel 2026 e del 2,5% nel 2027, indicando esplicitamente il conflitto mediorientale come fonte di pressioni sui prezzi.
4. Petrolio. Il Brent ha superato i 107 dollari al barile giovedì, dopo una nuova ondata di attacchi alle rotte e alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente. Nonostante il ripiegamento di venerdì, il greggio si avvia a guadagnare oltre l’8% nella settimana.
5. Medio Oriente e Hormuz. Gli attacchi alle navi nello Stretto di Hormuz, le tensioni con l’Iran e l’avanzata degli Houthi verso Bab el-Mandeb hanno accentuato i rischi sulle forniture globali. Il problema per l’oro è stato paradossale: il rischio geopolitico sostiene la domanda rifugio, ma il petrolio più caro alimenta inflazione, rendimenti e aspettative di tassi più alti, che in questa settimana hanno prevalso.
6. Offerta petrolifera mondiale. L’IEA ha segnalato nuove difficoltà dell’offerta nel Golfo e ha tagliato le stime sulla produzione russa a causa degli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche. La produzione russa di agosto è stata stimata a 8,36 milioni di barili al giorno, 940.000 in meno rispetto a gennaio.
Il punto della settimana
La sequenza è stata molto chiara:
petrolio in forte aumento → maggiore rischio inflazione → rendimenti obbligazionari elevati → aspettative di rialzo Fed → pressione sui metalli preziosi.
Il rischio geopolitico non è quindi mancato. Al contrario, è aumentato. Ma questa settimana il mercato ha interpretato la crisi soprattutto attraverso il suo effetto inflazionistico e monetario, più che come semplice domanda di bene rifugio.
Il palladio ha accusato la correzione più profonda, mentre il platino ha mostrato maggiore tenuta. L’oro limita la perdita a meno dell’1% grazie al recupero di venerdì.
Fonti incrociate: Reuters/LSEG per quotazioni e mercati; U.S. Bureau of Labor Statistics per PPI; BCE per la decisione sui tassi; IEA per il mercato petrolifero.
Decisione BCE del 10 settembre 2026
PPI USA – agosto 2026, BLS
Oil Market Report – settembre 2026, IEA


