Oro in recupero, argento volatile, platino e palladio ancora deboli. Il petrolio torna a condizionare le aspettative sui tassi.
La settimana si conclude con un recupero dell’oro, sostenuto dalla discesa del petrolio e dei rendimenti obbligazionari americani. Il movimento arriva dopo il minimo degli ultimi due mesi raggiunto mercoledì.
Il quadro rimane invece più debole per platino e palladio, nonostante il rimbalzo di venerdì. L’argento registra una forte oscillazione, ma resta leggermente sotto la quotazione rilevata lunedì.
La Federal Reserve rimane il principale riferimento per i mercati: l’inflazione energetica continua a sostenere le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi, mentre i dati sul lavoro e sui consumi americani suggeriscono una crescita meno uniforme.
Secondo Reuters, venerdì l’oro era diretto verso un guadagno settimanale di circa l’1%.

1. Andamento dei quattro metalli preziosi

Quotazioni spot in dollari per oncia troy, rilevate da Reuters/LSEG lunedì 5 ottobre alle 20:04 italiane e venerdì 9 ottobre alle 15:39 italiane. Le percentuali rappresentano il confronto fra queste due rilevazioni, non il rendimento ufficiale fra due chiusure settimanali. I dati di venerdì sono provvisori rispetto alla chiusura americana.
Oro: recupero dopo il minimo di mercoledì
Lunedì 5 ottobre l’oro ha mostrato una sostanziale stabilità intorno ai 4.140 dollari.
Martedì ha recuperato lo 0,7%, arrivando a 4.168,33 dollari, grazie all’indebolimento del dollaro e alla temporanea flessione dei rendimenti americani.
Mercoledì 7 ottobre si è verificata una nuova inversione. Il metallo è sceso a 4.113,89 dollari, minimo dal 5 agosto, mentre il rendimento del Treasury decennale raggiungeva livelli che non si vedevano da oltre vent’anni.
Giovedì è iniziato un recupero moderato, proseguito venerdì con un rialzo dell’1,3% a 4.186,04 dollari.
La correzione del petrolio ha contribuito a ridurre le pressioni sui rendimenti, permettendo all’oro di recuperare parte del terreno perso.
Lettura: il recupero dell’oro è sostenuto soprattutto dal miglioramento delle condizioni monetarie di breve periodo, non da una risoluzione delle tensioni geopolitiche.
Argento: volatilità senza una direzione consolidata
L’argento ha iniziato la settimana sopra 61 dollari, raggiungendo martedì 61,56 dollari.
Mercoledì ha perso circa il 3%, mentre giovedì è sceso ulteriormente a 58,98 dollari.
Venerdì ha recuperato il 2,4%, arrivando a 60,80 dollari.
La dinamica evidenzia una maggiore sensibilità alle variazioni del dollaro e dei rendimenti rispetto all’oro. Il recupero finale non è bastato a riportarlo sopra la rilevazione di lunedì.
Platino: prevale la debolezza
Il platino è passato dai 1.722,15 dollari di lunedì ai 1.692,85 dollari di venerdì.
Mercoledì aveva registrato un ribasso del 3,9%. Venerdì ha recuperato il 3,6%, senza tuttavia cancellare le perdite precedenti.
Reuters conferma che il metallo rimaneva orientato verso una chiusura settimanale negativa.
La debolezza appare principalmente collegata al contesto finanziario generale. Non emergono dalle fonti settimanali consultate nuovi dati sull’offerta fisica sufficienti per attribuire il ribasso a uno specifico cambiamento strutturale del mercato del platino.
Palladio: il più debole nel confronto lunedì-venerdì
Il palladio registra la maggiore flessione fra le rilevazioni considerate: −2,15%.
Da 1.176,33 dollari lunedì è sceso a 1.151,08 venerdì.
Mercoledì ha perso circa il 4%, seguito da un recupero parziale nelle due sedute successive.
La combinazione di tassi elevati, dollaro sostenuto e incertezza sulle prospettive industriali continua a rappresentare un elemento di pressione. Non è però possibile isolare con certezza il contributo di ciascun fattore al movimento settimanale.
2. Le principali cause economiche e geopolitiche
Federal Reserve: il mercato continua a prevedere nuovi rialzi
Mercoledì 7 ottobre sono stati pubblicati i verbali della riunione Fed del 15–16 settembre.
Il documento evidenzia differenze nelle valutazioni dei componenti del comitato.
Una parte considera necessari ulteriori interventi per evitare che l’aumento dei prezzi energetici si trasmetta all’inflazione generale. Altri ritengono necessario contrastare anche le pressioni inflazionistiche originate dalla domanda interna.
Giovedì il governatore Christopher Waller ha confermato che potrebbero servire nuovi rialzi, lasciando però aperta la possibilità di una pausa in ottobre.
Venerdì le probabilità implicite di mercato risultavano:
Le probabilità sono rilevazioni di mercato, non decisioni già assunte dalla banca centrale.
Stati Uniti: consumi più deboli, inflazione ancora elevata
Lunedì l’ISM dei servizi di settembre ha mostrato un rallentamento dell’attività economica.
L’indice è sceso da 55,4 a 54,9 punti, rimanendo comunque in territorio espansivo.
Il dato più significativo riguarda i prezzi pagati dalle imprese: l’indicatore è salito a 74 punti, massimo dal luglio 2022.
Le aziende segnalano aumenti dei costi di carburanti, trasporti e materie prime, con effetti sulle catene di approvvigionamento.
Venerdì è arrivato un secondo segnale.
L’indice preliminare della fiducia dei consumatori dell’Università del Michigan è sceso a 46,3 punti, contro 48,1 di settembre.
Le aspettative di inflazione a un anno sono salite dal 4,6% al 4,7%, mentre quelle a cinque anni sono aumentate dal 3,4% al 3,5%.
Si delinea quindi una situazione complessa: fiducia dei consumatori in diminuzione, ma aspettative sui prezzi ancora in aumento.
Petrolio: il fattore determinante del recupero di venerdì
Il petrolio ha registrato una settimana molto volatile.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno sostenuto le quotazioni nella prima parte della settimana. Giovedì il Brent ha guadagnato circa il 4%.
Venerdì è arrivata una correzione dopo le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, secondo cui non sarebbero previsti nuovi attacchi statunitensi contro l’Iran prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Alle 15:28 italiane Reuters rilevava:
Nonostante il ribasso di venerdì, il Brent rimaneva orientato verso un guadagno settimanale, mentre il WTI verso una lieve perdita.
Hormuz: il rischio non è scomparso
Secondo i dati Kpler riportati da Reuters, martedì 6 ottobre soltanto sette navi commerciali hanno attraversato lo stretto, il numero più basso dal 23 luglio.
Il transito di greggio era sceso a circa 10,1 milioni di barili al giorno, pari al 74% dei livelli precedenti alla guerra.
Una parte della riduzione è stata compensata dalle esportazioni attraverso percorsi alternativi nel Golfo di Oman e nel Mar Rosso.
Le dichiarazioni diplomatiche di giovedì hanno attenuato il rischio immediato di un nuovo attacco statunitense, ma non rappresentano un accordo di pace né garantiscono la normalizzazione dei transiti.
Europa: inflazione al 3,8%
Il dato preliminare di settembre pubblicato da Eurostat conferma un’accelerazione dell’inflazione nell’Eurozona.
L’indice generale è salito dal 3,2% di agosto al 3,8% di settembre.
La componente energetica registra un incremento annuo del 18,8%, contro il 14,3% di agosto.
Anche l’Italia mostra un’accelerazione, con inflazione armonizzata preliminare al 4,1%.
L’attività economica europea, tuttavia, continua a espandersi.
Il PMI composito di settembre è salito a 53,1 punti, massimo dall’aprile 2023. Il PMI dei servizi ha raggiunto 53 punti.
Questa combinazione di crescita e inflazione elevata mantiene aperta la prospettiva di ulteriori interventi restrittivi della BCE.
Russia-Ucraina: persistono i rischi energetici
Il conflitto continua a incidere sulle infrastrutture energetiche.
Il 6 ottobre Reuters ha riferito di attacchi ucraini con droni nella regione di Mosca, con segnalazioni di danni a un importante deposito di carburante non ancora interamente verificabili.
La Russia ha contemporaneamente intensificato gli attacchi contro infrastrutture ucraine, comprese quelle legate alla distribuzione dei carburanti.
Il rischio principale per i mercati rimane la riduzione della disponibilità di prodotti raffinati, soprattutto diesel, già sottoposti a pressione per la crisi mediorientale.
3. La chiave di lettura della settimana
Il movimento dei metalli preziosi continua a essere condizionato da un equilibrio fra due forze.
La prima è monetaria: rendimenti elevati e dollaro forte penalizzano l’oro e gli altri metalli.
La seconda è strutturale: debito pubblico, tensioni geopolitiche e domanda delle banche centrali continuano a sostenere l’interesse verso l’oro fisico.
Un elemento significativo è emerso durante la conferenza annuale della London Bullion Market Association.
Esponenti della Banca d’Italia e della Bundesbank hanno ribadito il ruolo dell’oro nelle riserve ufficiali, nonostante l’aumento dei rendimenti obbligazionari.
La domanda delle banche centrali rimane quindi un elemento di sostegno di lungo periodo, anche quando i prezzi subiscono correzioni nel breve.
La conclusione della settimana: il recupero dell’oro è stato favorito soprattutto dalla riduzione del prezzo del petrolio e dei rendimenti americani. Il quadro monetario resta tuttavia restrittivo e non consente ancora di identificare una stabilizzazione duratura dei prezzi.

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